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PUBBLICAZIONI NARRATIVA

FIGLI DI KIBBUTZ

di Miriam Hassid

edito in aprile 2018
ISBN: 8890536502

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PRESENTAZIONE DI ALDO NAPOLITANO

del 9 maggio 2018 presso la sala della Comunità ebraica di Trieste

con i contributi del marito dell'autrice Cilo Calici, di Mauro Tabor e del prof. Fulvio Senardi

 

COPERTINA - FIGLI DI KIBBUTZ          Desidero spiegare il perché oggi sia stato chiamato a parlare del libro di Mariù in questa riunione ospitata nel Museo della Comunità Ebraica.

          Il primo motivo consiste nella lunga relazione di amicizia affettiva con la mia famiglia, una di quelle famiglie non ebree che pure durante l’ultima guerra hanno prestato ospitalità notturna alla piccola Mariù, nel tentativo di evitare controlli e retate notturne effettuate da soldati nazisti (di cui parla Mariù a pag. 98). E di ciò vado orgoglioso anche se io individualmente non ho alcun merito speciale essendo nato nel '46 e quindi sono stato del tutto assente quando si svolgevano simili fatti: ma tuttavia sono molto fiero dei miei genitori che mi hanno fornito questo esempio di civiltà.

          La seconda ragione è che in età matura, appena tra anni fa , ho rinnovato l'amicizia con Mariù stessa, proprio nel tentativo di facilitarle la pubblicazione di questo libro. L’ho consigliata – come potevo - sulla forma finale da attribuire alle bozze del suo romanzo sul quale lei si era affaticata per tanto tempo senza averne mai visto la stampa tipografica. Ed oggi sono lieto di veder conclusa questa vicenda, con la sola tristezza della mancanza della stessa Mariù.

          Il libro presentato oggi non è, a mio parere, un libro per ragazzi, tanto è vero che la stessa Mariù dichiara alla fine che “avrei voluto scrivere un libro per ragazzi" (pag. 97) ma è piuttosto un libro leggero, facilmente fruibile, destinato però, bene inteso, alla lettura degli adulti. Appartiene quindi alla categoria di quei libri, come per esempio “Il piccolo principe” di Antoine de Saint Exupery (1943) ovvero “Ciondolino” (1895) del nostro Luigi Bertelli, apparentemente scritti per lo spasso o il divertimento dei più piccoli, illustrati come sono da immagini e disegni, ma genialmente pieni di spunti di seria riflessione.


          Questo libro di Mariù lo definirei come un romanzo di formazione, cioè storia autobiografica di crescita, che contiene un percorso completo ed unitario nel tempo di sviluppo psicologico di una persona. Nel caso di Mariù io lo vedo come una sanatoria psicologica, ossia un processo restauratore degli sconvolgimenti di una fanciullezza traumaticamente turbata e resa difficile. A tutta prima il libro sembrerebbe il diario di una maestra, che racconta la storia di un rapporto educativo traguardato dal solo lato dell’insegnante, perdipiù con le difficoltà di un rapporto con una classe esuberante ed in un contesto naturale scabro se non pericoloso e con un’ incombente frontiera non molto lontana dalla scuola.

           Secondo me questo libro descrive una fase piuttosto lunga di una guarigione psicologica di traumi morali, di agitazioni, e shock infantili attraverso un lungo percorso di maturazione individuale. Il libro corrisponde, se bene inteso, ad un cammino morale strettamente connesso fra la prima e la seconda patria di Mariù, fra Italia ed Israele, cammino che si conclude, nel momento della piena maturità e di una serenità nuova, con il ritorno nella prima patria di origine, l’Italia, e più precisamente nella “adorata“ città di Trieste, raggiungendo così idealmente l’obiettivo di questo romanzo di formazione.

           Qualcuno potrebbe rimproverare a Mariù la sua scelta di avere sorvolato sul carattere drammatico delle violenze naziste che hanno gravemente turbato la sua giovinezza e di non aver espresso adeguatamente le sue riflessioni sui problemi etici che simili vicende porterebbero a considerare. In realtà è ben logico pensare che simili problemi, sebbene rimasti in un cono d'ombra, rimossi o sottaciuti nella scrittura del romanzo, siano stati ben presenti per la loro gravità nell'animo e nel cuore di Mariù, ma evidentemente o sono stati levati per una istintiva autotutela o sono stati sublimati dalle successive esperienze di persona in giovane età che da adulta è riuscita comunque a padroneggiarli. Evidentemente però erano fatti troppo sconvolgenti per essere trattati anche con l'adeguatezza che la vicenda avrebbe esatto. Le grandi domande etiche (perché esiste il male ? p.e.) sono sottintese ed immanenti anche per una piccola ragazza di pochi anni come all'epoca era Mariù, fin da subito turbata da una fanciullezza piena di spaventi terricanti, come l’episodio del militare che di notte minaccia di portare in Questura la madre di Mariù. Perfino Papa Francesco si è rifiutato di spiegare ad un bambino sudamericano che gli chiedeva perché il suo paese è povero, messo a ferro e fuoco, sottoposto a violenze e terrorismi di ogni genere. Il Papa candidamente ha risposto con tutta sincerità al bambino di non avere le spiegazioni per tutti i fenomeni ed i mali del mondo. Personalmente non ritengo quindi si possa imputare a Mariù la colpa di non avere trattato temi e riflessioni della maggiore gravità, come i grandi interrogativi morali che impegnano i filosofi. La sua è una testimonianza vera – lo sottolinea verso la fine – ”Quindi posso asserire che tutto quanto scritto in questo diario è la verità” (pagina 97), ma non possiamo pretendere di trovarvi - io credo -, dopo il resoconto dei fatti veri e sconvolgenti, anche la trattazione dei più difficili temi filosofici.

          A suo modo il kibbutz è anche il teatro fondamentale della vicenda narrata e che dà il titolo al libro. Sappiamo che il kibbutz è un insediamento rurale a conduzione collettivistica che ha due fondamentali funzioni: quella economica della coltivazione della terra, e quella sociale di creare una comunità che si impegni ad attuare ideali di tipo socialista come l'eguaglianza la proprietà comune e la vita comunitaria. Con il tempo Mariù avverte i limiti educativi di un simile strumento che assume i tratti di un’esperienza totalizzante, come fosse un po’ una caserma p.e., e riflettendo sulle crescenti difficoltà a realizzare gli scopi ideali del kibbutz, individua nel Dio denaro e nelle differenze di natura i due fattori distorsivi che hanno il potere irresistibile di rendere anche i bambini diseguali e non consentono di farli crescere in una condizione di felice eguaglianza e di pari opportunità di crescita fisica e morale. Questi due fattori distorsivi hanno impedito o ridotto la capacità di uno strumento educativo originale come il kibbutz di garantire ad una nuova generazione di godere di un fanciullezza sicura ed eguale per tutti.

          Ma non è stata questa delusione professionale di tipo ideologico ad indurre Mariù al ritorno in Italia, lasciando la sua seconda patria Israele. Io trovo che proprio il raggiungimento degli obiettivi che Mariù si era prefissa allorché decise di compiere l’alyah ( l’emigrazione verso Israele e l’impegno di andare a vivere in un kibbutz) che le hanno consentito di fare ritorno verso la prima patria l'Italia. La vita in Israele, ma soprattutto la sua audace impresa di essersi recata sola in un nuovo mondo e di avere svolto una coraggiosa prestazione del servizio militare e anche la dignitosa prestazione del servizio civile di educatrice hanno evidentemente costruito una sua solida autostima, realizzando con ciò, da adulta, la reazione di una persona matura alle minacce ed alla violenza morale subite alla nascita. ll kibbutz rappresenta un modello educativo di vita che si pone a mezzo fra l'area ideale privata - familiare e quella collettiva - pubblica. Può essere stimato, soprattutto il primo modello dell'era fondativa di Israele, quale un istituto piuttosto duro, che fa pendere la bilancia dalla parte delle esigenze della collettività statale non senza sacrifici e restrizioni a danno della famiglia. Questo modello riecheggia antiche filosofie sociali e politiche come per esempio quella dell'antica Roma, nella cui giurisprudenza c'era una massima fondamentale “Familia seminarium Republicae” cioè la famiglia è il vivaio della Repubblica, con ciò intendendo che la famiglia doveva fornire nuovi cittadini per alimentare la persistenza e il progresso della società civile. Questa aveva la prevalenza sull'educazione dei giovani che poi venivano restituiti, educati nello spirito e temprati nel corpo, alla famiglia stessa; non diversamente nell'antica Grecia, Aristotele teorizzava la competenza della Repubblica ad educare i giovani, se del caso prevalendo sulle esigenze e richieste delle famiglie.

          Come pensare oggi a confrontare queste idee con il clima di opinione attuale in Italia p.e., dove le famiglie contestano perfino il potere dello Stato di vaccinare tutti i giovani ovvero la pretesa di controllare le attività degli educatori, minandone l'autorità, contestandone la competenza, mancando loro di rispetto. Si arriva al limite di porne in dubbio la professionalità, di proporre ricorsi e reclami e da ultimo, nei casi peggiori, addirittura ricorrendo alla violenza fisica. Lo stesso kibbutz che ha conosciuto Mariù cambia nel corso del tempo le caratteristiche funzionali e perlomeno un'importante riforma, quella di far dormire i figlioli presso le loro famiglie di origine e non presso lo stesso kibbutz, viene condivisa come una opportuna miglioria che la fa diventare un po' meno caserma e più scuola.

           Il diario di Mariù come educatrice rappresenta quantitativamente la maggior parte del libro e merita almeno qualche parola di commento. L'ambiente fisico circostante è abbastanza difficile nel senso che la collocazione in campagna espone i piccoli anche ad una serie di pericoli che derivano dalla vicinanza di un fiume e dalla natura boscosa del terreno che circonda il kibbutz, senza dimenticare la vicinanza di una frontiera inquietante. Non mancano quindi episodi di malattia e di infortuni che impegnano le maestre e gli altri collaboratori a provvedere quando si verifica qualche malattia contagiosa ovvero più importante. La stessa Mariù racconta, ridendoci sopra, che lei stessa contrae il morbillo prendendo un aspetto che non giova ad aumentare la sua autorità di fronte alla terribile classe che deve gestire. Ma sono sottili aspetti psicologici che stanno alla base delle baruffe e delle alleanze tra bambini particolarmente vivaci, scarsamente scolarizzati ed anche diversamente educati perché provenienti da regioni europee anche abbastanza diverse l'una dall'altra per il livello dell’ educazione e del senso civico più o meno scarseggiante. Vi sono peraltro a disposizione delle maestre degli strumenti di gestione dei problemi umani che toccano anche i bambini e che lasciano stupiti per la delicatezza e la fine psicologia che li ispirano. È il caso delle quasi bocciature e del ricorso allora ad una speciale commissione formata da maestre, ma anche da psicologi provenienti dall'esterno, e presenti pure i genitori dei bambini in difficoltà e non ultimo il bambino stesso oggetto di quasi bocciatura. Al bambino viene fatta presente in tutta chiarezza la sua situazione ed alla fine viene richiesto se preferisca continuare avanti il percorso scolastico con la vecchia classe di cui faceva parte, però con il pericolo di ritrovarsi in difficoltà ancora maggiori con le materie che gli sono ostiche; ovvero se preferisca rimanere nella stessa classe trovando nuovi compagni più giovani e ripetendo quel corso di studi che non ha assorbito. La presenza dei genitori è per il bambino una garanzia di giustizia e la ragionevolezza con cui i maestri e gli esperti esterni gli rivolgono queste domande ed aspettano pazientemente le sue ragionate risposte: tutto ciò rappresenta un modello di dialogo tra scuola e studente che specialmente in età ancora verde garantisce una serena accettazione di quello che sarà la decisione degli insegnanti e della scuola.

          Il ritorno a Trieste di Mariù rappresenta la sublimazione di una grave latente condizione di paura ed il raggiungimento di un pieno autocontrollo psicofisico adulto. In sostanza, a mio modesto avviso, la alyah, il rientro in Patria, è servita nella vicenda di Mariù a sanare, superandola, l’esperienza traumatica della prima fanciullezza, turbata da tanta violenza nazista durante il tempo di guerra in Italia. La decisione di tornare a Trieste risponde a quattro desideri, espressi esplicitamente o tacitamente intuibili da chi legge:

  1. Ritornare a vivere a Trieste, riconosciuta come città speciale ed unica ( “”io adoro Trieste”” pagina 98).
  2. Rivedere la sua nuova famiglia integrata, ridotta quella naturale di origine per gli eventi bellici, ma aumentata di quelle persone, molte non - ebree - che l’hanno amata e protetta, con pericolo, come fosse una parente di sangue.
  3. Lavorare, svolgendo un compito gratificante e qualificante, congeniale e di piena soddisfazione presso l’Agenzia Ebraica.
  4. Infine, come escludere il desiderio di sposarsi a Trieste, in un ambiente sociale tutto sommato più noto e congeniale, con una persona ideale che avrebbe potuto trovare ?
           Sull’esperienza sperimentale e fondamentale in questo libro – il kibbutz – vi sono giudizi discordanti di Mariù che ne segue, negli anni, l’evoluzione, anche migliorativa: i bambini di notte torneranno a dormire nella casa dei genitori, spostando quindi l’equilibrio emotivo-etico dallo Stato alla famiglia.

          La conclusione politica di Mariù è che senza il kibbutz, pur con le sue asprezze ideologiche, non ci sarebbe stata una spinta sufficiente a fondare e difendere lo Stato di Israele, e che il rigore morale ed il senso comunitario vanno alimentati per il bene comune. É anche per questa forte convinzione ideologica che il romanzo di formazione di Mariù che oggi abbiamo presentato può ritenersi come una storia minima individuale che bene si sposa con la storia generale di tutti.

          Triestina, ebrea, Miriam Hassid è morta a Trieste a 79 anni nel 2017. Dunque al tempo della 2ª guerra mondiale era una bambina. Dal 1943 al 1945, sotto l'occupazione nazista a Trieste, Mariù, così veniva chaimata da parenti e amici, era costretta a dormire sempre fuori casa, in un appartamento di questa o quella famiglia, cambiando ogni notte abitazione per evitare la cattura. Quel periodo di violenza bellica le porterà via nella tremendamente nota risiera di San Sabba e Trieste il papà, i nonni ed altri parenti. Le successive turbolenze politiche a Trieste rafforzarono poi il senso di precarietà e di incertezza psicologica che perdurò fra tutti sul destino della città.

          Divenuta adulta, il fascino attrattivo per molti ebrei dell'idea di emigrare in Istraele e ancora di più l'altra suggestiva di andare a vivere in un kibbutz, esperimento di vita socialista e paritaria, spinsero anche la giovane potagonista di questo libro ad uan coraggiosa avventura: il diario contenuto in questo libro raccoglie le impressioni di sei anni vissuti dal 1958 al 1964 in un kibbutz di Israele, impegnata a svolgere soprattutto compiti di educazione e di cura dei bambini, non senza aver prestato servizio militare.

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