BIBLIOTECHINA DEL CURIOSO

Alphonse de Lamartine

L'ITALIA E PIO IX

traduzione e commento di Niccolò Tommaseo

a cura di Fulvio Senardi

edito nel 2009

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L'ITALIA E PIO IXUNO SCRITTO DIMENTICATO DI NICCOLO’ TOMMASEO

Fino a pochi anni fa sembrava che Tommaseo dovesse scivolare nel magazzino dei grandi dimenticati di un Paese dalla memoria sempre più corta e dalla cultura diffusa sempre più sfilacciata. Nelle scuole, in curricula diventati sottili come una tela di ragno (senza che il depauperamento delle discipline tradizionali abbia però significato l’ingresso nelle aule di materie necessarie per la vita e utili per una cittadinanza consapevole: l’educazione civica, sessuale, ambientale, stradale, ecc.), oramai non se ne faceva quasi parola e i giovani, se ne conoscevano il nome, era solo per averlo letto su qualche targa all’angolo delle vie. Un aspetto di quel fenomeno che numerosi osservatori, anche stranieri, stanno registrando con preoccupazione: “la diseducazione dei cittadini italiani” . Con la cultura come accessorio inessenziale dentro le aule delle scuole, da entrambi lati della cattedra, proprio come l’onestà a casa dei politici. A partire dagli inizi del nuovo millennio invece, in preparazione e in occasione del secondo centenario della nascita, si sono moltiplicate le iniziative che lo celebrano: nell’empireo dell’alta cultura certo, sede alquanto distante dai luoghi del commercio culturale spicciolo e quotidiano, ma aprendo prospettive di diffusione capillare verso il basso dei nuovi acquisti interpretativi o, almeno, lasciando sperare in una più ampia rinascita di interesse nei confronti di un personaggio, scomodo e spigoloso quanto si vuole, ma non certo fra i minori dell’Ottocento e di notevole rilevanza, per di più, per la storia e la cultura delle nostre terre.

Ha perfettamente ragione Francesco Bruni quando ricorda che, in un’epoca in cui il concetto di nazione è ancora connotato aggressivamente, “Tommaseo aiuta a recuperare un senso diverso, cultural-popolare, ispirato all’alleanza e alla collaborazione tra i popoli, non al conflitto: e la garanzia della collaborazione sta proprio nella pluralità delle identità nazionali, nessuna delle quali prevarica sulle altre” . Non a caso, del resto, Scipio Slataper, sul cui impegno conoscitivo, politico, umano a favore di un’Europa dei popoli non occorre troppo dilungarsi, ha voluto riconoscere in Tommaseo il capostipite di una razza di intellettuali dall’anima scissa tra più mondi di lingua e di cultura e tesi a far proficuamente ricombaciare, nel mosaico delle proprie coscienze, le tessere di una franta identità: “nostro padre, nostro orgoglio, nostro genio,/ nostra sorte” recitano i versi di una lirica quasi ignota che Slataper ha dedicato allo scrittore di Sebenico, scelta da Biagio Marin, che ne riproduce l’autografo, per il frontespizio del suo volume di ricordi fiorentini I delfini di Slataper.

NICCOLO' TOMMASEO
Ma, come si diceva, se abbiamo rischiato di scordare questo grande protagonista, la recente impennata di pubbliche iniziative lascia intravvedere una vena carsica di ricerche storiche, filologiche, critico-letterarie grazie alla quali, nonostante l’apparente disinteresse della generalità del pubblico colto, si è continuato ad approfondire, nel chiuso dell’accademia o su riviste specializzate, la vita e l’arte dello scrittore di Sebenico: falde sotterranee che aspettavano il momento propizio per zampillare all’aperto. Il 2002, l’anniversario del bicentenario della nascita, può essere in effetti considerato l’annus mirabilis della critica tommaseana. Da allora ha preso a susseguirsi una fitta serie di convegni internazionali capaci di riaprire problemi che sembravano risolti, e assai spesso sfavorevolmente per il giudizio sull’uomo e sulla sua complessiva operosità, e tesi ad arricchire, avanzando interpretazioni nuove e di maggior respiro, l’intelligenza di un’esistenza di patriota e scrittore non poco contraddittoria ma ricca di risultati di indiscutibile rilievo.

Non vorrei annoiare, ma forse un brevissimo elenco risulterà istruttivo. Ricordando, in primo luogo, un incontro fiorentino del febbraio del 1999 (Niccolò Tommaseo a Firenze, con atti a cura di Roberta Turchi e Alessandro Volpi) la rondine che annunciava primavera, andranno citati, fra le tante occasioni d’incontro e di discussione, il convegno veramente monumentale che ha dedicato a Tommaseo l’Università di Venezia, sotto la guida scientifica di Francesco Bruni (Niccolò Tommaseo: popoli e nazioni, 23-25 gennaio 2003), e i cui atti sono confluiti in due densi volumi pubblicati dalla padovana Antenore. Una sorta di doviziosa stazione di posta dove attingere sollecitazioni ed energie intellettuali per riprendere quel percorso interpretativo di cui Tommaseo, a quanto pare non più demodé nell’Italia del terzo millennio, ha urgentemente bisogno. Ma si dovranno poi ricordare, altrettanto ricchi di risultati esegetici ancorché meno ampi nelle presenze e nelle prospettive di ricerca, gli incontri di Zagabria (I mari di Niccolò Tommaseo e altri mari, 4-5 ottobre 2002, atti a cura di Morana Cale, Sanja Roic, Ivana Jerolimov), di Udine (Niccolò Tommaseo a 200 anni dalla nascita, 9 ottobre 2002, atti a cura di Silvio Cattalini), di Rovereto (Niccolò Tommaseo: dal “primo esilio” al “secondo esilio”, sotto l’egida dell’Accademia roveretana degli Agiati, 9-11 ottobre 2002), di Bologna (Niccolò Tommaseo, fra modelli antichi e forme moderne, 16 ottobre 2002, atti a cura di Gino Ruozzi), le cui risultanze, messe tempestivamente a disposizione degli studiosi, testimoniano della vastità di interessi e della funzione di stimolo che, per ripensamenti di letteratura, storia e civiltà, può ancora provenire dall’opera (fluviale, smisurata) dello scrittore dalmata. Che continua a tener accesa dunque, per quanto a beneficio di pochi e con fiammella piuttosto fioca, quella “piccola lampa” cui fa cenno in una delle poesie più note della sua intera produzione, vero manifesto – così Debenedetti che vi ha dedicato una lettura di ampio respiro – della moderna “missione del poeta”.

Su questo sfondo, e a partire dalla ferma convinzione dell’importanza storico-culturale ed etico-civile di Tommaseo, l’Istituto giuliano di storia e documentazione con sede a Trieste e Gorizia ha deciso di accogliere in una sua preziosa collana, la Bibliotechina del curioso, diretta da Tino Sangiglio, un’opera rara, nata dalla penna dello scrittore; si tratta di un breve scritto di commento alla traduzione, compiuta dallo stesso Tommaseo, di un discorso di Lamartine che approfondisce, in pieno Risorgimento, i problemi dell’Italia di allora: L’Italia e Pio IX, con specificazione, in frontespizio: discorso di A. di Lamartine – recato in italiano – per uno slavo – con avvertimento. Un contributo che risale alla fine del 1847 e viene immediatamente tradotto nel fuoco dell’entusiasmo e delle speranze che le riforme volute da Pio IX nello Stato della Chiesa avevano acceso non solo in Italia, ma in tutti quei Paesi d’Europa che guardavano alla questione italiana con partecipato interesse. Editore ne è stato il fiorentino “Gabinetto scientifico letterario”, legato al nome del Vieusseux, “uno dei maggiori organizzatori di cultura del nostro Ottocento pre-unitario” , intellettuale che ha contato tantissimo per il Risorgimento (si pensi soltanto all’impresa dell’“Antologia”) e per Tommaseo in particolare, visto che è su sua “chiamata” che lo scrittore di Sebenico lascia Milano per trasferirsi sull’Arno, in quella città, citiamo ancora Umberto Carpi (da un saggio fondamentale per capire la natura del rapporto fra Tommaseo e l’ambiente toscano), che era “il punto di riferimento obbligato per tutta la moderna intellettualità italiana” . Delle poche copie di questo pamphlet sopravvissute a tanta distanza di tempo ha fatto strage l’alluvione fiorentina del 1966 che ha coperto di fango i volumi della Biblioteca nazionale, i cui sotterranei ne custodivano parecchi esemplari. La copia di riferimento è conservata invece presso la Biblioteca del Museo del Risorgimento di Firenze, che si ringrazia per la disponibilità (per amor di precisione bisognerà tuttavia ricordare che Elena Aschieri – in una ricerca imprescindibile per la storia della fortuna di Lamartine nel I Ottocento italiano – menziona anche una diversa edizione fiorentina, per i tipi della tipografia “Galileiana” e priva dell’“avvertimento” di Tommaseo. Ma, dal momento che anche il nostro libretto risulta stampato, a cura del Gabinetto scientifico-letterario, presso la stessa tipografia, il suo misterioso “gemello” potrebbe essere il frutto di una edizione “parallela” e minore, nata da uno stesso giro di torchi, e di cui comunque non ho trovato esemplari nelle biblioteche da me visitate).

Ora, inutile nascondersi che Tommaseo è un universo inesauribile di grandi libri e, insieme, di opere farraginose, pamphlet inaciditi, centoni abborracciati – un coacervo di luci e di ombre, di sabbia e pepite – , e che sarebbe insieme impossibile ed irragionevole occuparsi di ogni singola stella cadente di un firmamento così sconfinato: vale ancora il monito espresso da Adolfo Omodeo che, commentando la pubblicazione del Diario intimo dello scrittore dalmata e, con assai meno entusiasmo, della Cronichetta del Sessantasei (permeata, a suo parere, da quella “libidine di denigrazione, malattia incoercibile a cui il Tommaseo soggiacque in maniera avvilente” ), riteneva allora necessario “porre in generale la questione della pubblicazione degli inediti tommaseani, di cui la Biblioteca nazionale di Firenze è miniera inesausta” . Omodeo era convinto, in altre parole, che, selezionando con intelligenza e severità, andassero prescelte le pagine migliori, gli scritti più degni di recupero, lasciando che sugli altri si depositasse, come un atto di suprema giustizia, la polvere del tempo. Rientra in quest’ultima categoria lo scritto di Tommaseo, stilato in margine a Lamartine, che qui oggi ripresentiamo? Io credo di no, e sono anzi convinto dell’opportunità di ridare alla luce quel fascicolo del 1847: si tratta in fondo, se prescindiamo dalle lettere (e si sa quanto siano di precaria consultazione epistolari che, come quello di Tommaseo, sono stati editi in modo lacunoso e parziale), del segnale più esplicito di quali speranze, attese, ideali si agitassero in Tommaseo nell’immediata vigilia dell’arresto subito a Venezia, in quel periodo di cauto riformismo inaugurato in Italia dall’elezione di Pio IX, prima che gli eventi precipitassero nella fiammata rivoluzionaria del 1848. Uno scritto che potremmo quindi definire – un po’ pomposamente, lo ammetto – di teoria politica.


E qui ci si imbatte però in un problema storico-filologico non irrilevante: le pagine che abbiamo attribuito a Tommaseo, mettendo, come si usa dire, il carro davanti ai buoi, sono in realtà firmate da “uno slavo”, che rimane del tutto anonimo. Ora, chi se ne intende un poco del nostro autore sa quanti scritti, risalenti soprattutto al 1847, nascessero dalla sua penna con tale, criptica, indicazione di paternità (per quanto meno beffarda della sigla K.X.Y. con cui firmava gli articoli sull’“Antologia”, lettere scelte per marcare in maniera plateale la propria marginalità rispetto all’Italia degli italiani ); come se “questa sua qualità”, il dichiararsi cioè straniero – lo suggeriva Raffaele Ciampini proponendo un’ipotesi che è opportuno riportare – “lo mettesse al di sopra delle parti in conflitto” , in un periodo nel quale pareva che sui cieli della Penisola, dopo secoli di servitù, si fosse finalmente alzato il sole della libertà ed il patriota voleva dare l’impressione di prendere la parola con serena imparzialità. Affettata esibizione di estraneità che maschera invece un’appartenenza profonda, da non intendersi tuttavia in senso chiusamente nazionale, o peggio, nazionalistico: Tommaseo si sentiva prima di tutto italiano, come testimonia la lettera, vera professione di fede patriottica, inviata da Parigi il 25.VI.1837 a Cesare Cantù (“Io sono italiano […]” ), ma esprime nel contempo – uno dei motivi conduttori della sua esistenza – una volontà di identificazione con i conterranei di lingua slava, i ceti più poveri della società dalmata, scaturita da una partecipata prospettiva evangelica, quella che vede negli umili e nei diseredati le creature predilette da Dio. Premettendo che “genti slave ci sono, nazione slava non c’è”, con una stoccatina ai croati per il ruolo giocato nelle insurrezioni nazionali d’Italia e d’Ungheria, Tommaseo dichiarava, in quella antologia-zibaldone che è il Dizionario estetico: “io amo gli Slavi in quanto infelici; ma in quanto infelici mi sia lecito amare eziandio anche gli italiani, e farmi concittadino di tutti que’ che patiscono e da’ quali nulla ho da sperare che danni e dolori”.ALPHONSE DE LAMARTINE


D’altra parte, già dalla fine degli anni ’30 dell’Ottocento, Tommaseo si era sforzato di avvicinarsi alla cultura, alla storia e all’idioma maggiormente diffuso della regione dov’era nato (nel 1839, dopo aver approfondito la conoscenza della lingua del ramo materno della famiglia – e studiarla e scriverla, ha suggerito giustamente Bruni, poteva rappresentare “un tramite di comunicazione affettiva con la madre morta” – mette mano alla composizione in lingua “illirica” – così, nel suo lessico, la parlata slava di Dalmazia – dei poemetti Iskrice [scintille], mentre nel 1842 aveva pubblicato i Canti popolari toscani corsi illirici greci), tanto che il suo cuore aveva cominciato a battere con un ritmo alterno, potremmo dire italo-slavo, spingendolo a impegnarsi per la propria terra d’origine, di cui era andato tesaurizzando (e continuerà a farlo) i canti popolari, i proverbi, le preghiere , ecc. (mentre gli resterà del tutto estranea, invece, la grande letteratura in lingua štokava fiorita nella Dalmazia del Rinascimento e del Barocco, con la sua fitta selva di nomi illustri, un Marko Marulic, un Marin Držic, un Dživo Gundulic, per citarne soltanto qualcuno): così, da “slavo” che si rivolge a fratelli slavi, esorterà i soldati dell’esercito asburgico (spesso figli di popoli oppressi come gli italiani del Lombardo-Veneto: boemi, croati, polacchi, sloveni) a non impugnare le armi contro la repubblica di Venezia, diventando sgherri dell’oppressore, e parteciperà alla grande polemica che avrà luogo nel 1861 intorno all’ipotesi dell’unione della Dalmazia al Regno di Croazia e Slavonia (una riforma che Francesco Giuseppe aveva promessa alla fine del 1860), nel corso della quale patrocinerà posizioni di intransigente autonomismo (coerente, del resto, con quanto andava sostenendo a proposito degli Stati italiani).

Per aggiungere a quanto detto qualche ultimo ma importante elemento si dovranno ancora menzionare un paio di fatti sul problema della paternità del Discorso: in primo luogo – il riscontro decisivo – la menzione dello stesso Tommaseo di un prossimo lavoro (“avrò tradotto e comentato il Lamartine” ) in una lettera a Gino Capponi del novembre 1847; quindi, utile indizio anche questo, il fatto che l’attribuzione a Tommaseo del pamphlet di cui ci occupiamo sia sostenuta con rilievi oggettivi dal Ciampini, il suo biografo per eccellenza, colui che si muoveva come a casa propria tra i manoscritti tommaseani conservati alla Biblioteca nazionale di Firenze. A maggior chiarezza riporto qui la sua nota esplicativa, alla quale andrà aggiunta l’osservazione che anche ragioni di contenuto – le opinioni sostenute nel commento dell’anonimo “slavo” – rimandano, senza dubbio alcuno, a Tommaseo e sarebbero difficili da ascrivere a qualche altro intellettuale dell’epoca. Lasciamo la parola a Ciampini, dunque: “che la traduzione e l’avvertimento che precede [il discorso di A. de Lamartine tradotto in italiano] siano del Tommaseo, non fa dubbio, non solo perché come già fece osservare P. Prunas, l’opuscolo è firmato uno Slavo, come gli articoli della Speranza [la Speranza era un giornale romano fondato del 1847 con il nome di Fanfulla, e che cambiò l’intestazione forse su richiesta di Tommaseo che vi contribuì con una serie di articoli politici, incentrati, guarda caso, intorno al tema delle autonomie provinciali e comunali – Nota dell’autore] e altri scritti del Tommaseo di quell’anno; ma anche e soprattutto perché esiste tra le carte del Tommaseo l’apografo della traduzione e dell’avvertimento”.

Risolto questo problema, assai meno spinoso di quanto poteva parere, rimandando alle pagine che seguono per l’inquadramento del contesto storico, per la messa a fuoco del particolare sentimento che Tommaseo ha nutrito nei confronti di Pio IX – una sconfinata venerazione che non esclude però, dopo la conclusione del biennio rivoluzionario, una vena di amara identificazione e perfino qualche accento critico – e per la sottolineatura dei motivi centrali dell’utopia politica che Tommaseo sognava per quell’Italia in faticosa rinascita dopo secoli di servaggio, sarà utile ricordare, a spiegazione della particolare intonazione simpatetica e cordiale di quella specie di dialogo indiretto che si instaura nel volumetto che ripubblichiamo, quali fili religiosi, morali e intellettuali legassero Tommaseo a Lamartine; tali da formare un nodo che accomuna i due scrittori rendendo il secondo, per consentaneità valoriale, scelte di vita, impegno politico-civile, una preziosa pietra di paragone per le idee del primo. Se le tappe fondamentali della vita di ciascuno saranno chiarite nello specchietto biografico che chiude la mia introduzione, bisognerà intanto anticipare qualcosa.

A ben vedere entrambi gli scrittori, seppure con modalità diverse nella misura in cui diversa è formazione e natura, e differenti le sollecitazioni che provengono degli specifici contesti (moderno, in tutti i sensi, quello francese, con fermenti sociali già consistenti e già capaci di suscitare vivaci correnti ideali ed irrequieti movimenti politici, arretrato e rurale quello italiano, tanto che solo dopo il 1848 cominceranno a manifestarsi germi di una nuova sensibilità sociale, quella che Franco Della Peruta ha chiamato di “proudhonismo risorgimentale” ), risentono di quel fenomeno tipico della prima metà dell’Ottocento che, per dirla con Albert Thibaudet, consiste nel “richiamo della politica per la letteratura” : un aspetto non insignificante dell’aurora del romanticismo latino, che si può agevolmente riconoscere, nel caso di Tommaseo, in quella compatta sezione storico-politica che apre l’edizione del 1872 delle Poesie (sulle quali, a voler essere solo informativi, il discorso dovrebbe tanto allargarsi – a partire da un’appropriata considerazione del rapporto di progettazione e d’officina tra liriche degli anni francesi e immediatamente successivi, e le variazioni che se ne offrono nel 1872 – da diventare cosa a sé). C’è chi ha scritto, e non a torto, che la novità della Restaurazione è, in campo poetico, il fatto che “il poeta ormai pensa e si vuole erede del filosofo e emulo del teologo, pur parlando dei suoi amori” ; un’osservazione che prendeva avvio dalle Meditazioni (1820) di Lamartine e che, nei limiti di questa particolare prospettiva, può essere sicuramente accolta. “Il modello dominante”, prosegue Bénichou, “divenne allora il Poeta-Pensatore: uomo ispirato che porta la luce della modernità e nello stesso tempo il mistero e mostra agli uomini, accompagnandoli nel loro cammino, un fine lontano e puro ”.

Si accentua in effetti, dopo un neo-classicismo già denso di moderno contenuto intellettuale, l’inclinazione dei poeti a ergersi a legislatori e profeti. Inizia una stagione di “pensiero poetante” – per riprendere la famosa formula leopardiana di Luigi Prete – che si esprime in un arcobaleno di poetiche, e che spesso individua nella poesia della natura – fra il materialismo radicale di Leopardi e le teofanie di Tommaseo, le contemplazioni estatiche del Laghisti e le Meditazioni lamartiniane, appunto, col loro senso religioso del creato – il più congeniale piano di espressione (con contromosse introspettive che, nel caso di Tommaseo, prendono la forma – in voluttuosi intrecci di colpa delibata – dell’esibizione di “precordia sanguinanti”, come ha scritto il 13 settembre 1835 in una lettera a Gino Capponi). Poi, “liberato” il tavolo della saggistica politica (ma senza negarsi a forme spicciole ma acuminate di attualità polemica), dentro l’arco, che “tra autocritica e autoapologia”, si muove dal “soggettivismo lirico” all’“innologia sacra” , Tommaseo va infine a realizzare un progetto – l’edizione del 1872 delle proprie poesie – che prevede una distribuzione “dantesca” delle liriche (qui Debenedetti) “in cinque giri concentrici […] dalla terrestrità delle prime parti fino verso l’empireo, a cui l’ultima parte canta un lirico osanna” . L’urgenza religiosa acquista così un valore profondo ed assoluto, si lascia dietro le spalle il mondo ed i suoi drammi ed alza al cielo un supremo appello che celebra ed invoca il Dio dell’universo: “quanto muove ed è mosso, e nasce e muore/ tutto è incenso d’amore innanzi a Dio” (I fiori, le stelle, gli angeli, 12.II.1848). Slancio di fede sincero, ma che corre il rischio – come tutta una stagione di poesia cristiana – di “smarri[re] il pensiero verso un’ontologia del simbolo” , per quanto fondata su solide basi dottrinali. Tentativo di chiarirsi e di redimersi di un uomo complicato per natura, e tuttavia sempre prosternato agli altari, fin da quando, bambino, aveva cominciato a sentirsi figlio spirituale dello zio frate. L’equazione cristianesimo-apostolato – è un fuoco di fede attiva quella che accende le vene di Tommaseo – aveva fatto poi sì che l’urgenza religiosa si traducesse in impegno educativo, dentro la storia e per l’uomo: “farmi agli afflitti popoli/ nunzio del santo vero”, scriveva Tommaseo in Solitudine, una lirica “parigina” che è piaciuta a Carlo Muscetta per le torbide insorgenze dell’inconscio nel “segreto risvolto del messianesimo civile e religioso” . Emblematico annuncio di quella vocazione pedagogica che si avverte pressante tanto in Tommaseo che in Lamartine, pienamente in sintonia entrambi con le ansie spirituali e le esigenze morali di un’epoca che, insofferente delle strettoie della Restaurazione, facendo appello alle energie dei figli migliori – quelli più aperti verso il futuro – andava riconoscendosi sempre più nelle parole d’ordine che Lamennais aveva consegnato al secolo con il giornale “l’Avenir”: “Dieu et liberté” (binomio per eccellenza commenta Bénichou, di un “romanticismo [che] è stato un’unione sempre più schietta di sacro e di moderno” ). Un messaggio di liberalismo cristiano che entrambi i poeti sono pronti ad accogliere con lo spirito di una missione evangelica, facendo spesso risuonare nella propria poesia – come segnacolo di un’identificazione totale – formule tratte dal repertorio biblico (“Lamartine est plus grave et plus mystique”, scriveva Hugo, “il a pris souvent le style des Pères et des Prophètes” ). Al vuoto formulario di un ancièn regime artificialmente resuscitato dalle ceneri, si contrappone la rivelazione di un verbo nuovo: anche a rischio di ostracismi e scomuniche, la libertà e la religione si trovano avvinte in uno stretto nodo, smentendo quei molti – penso ad Heinrich Heine , per esempio – che le giudicavano del tutto inconciliabili. La divisa di Lamennais, di cui è difficile esagerare la portata rivoluzionaria, annuncia in effetti l’aurora di un inedito cattolicesimo liberale di cui – nonostante la condanna papale del 1832, comminata con l’enciclica Mirari vos – si trovano tracce consistenti in tutte le famiglie di scrittori che in quella spumeggiante stagione si lasciavano ispirare da valori religiosi.

Pio IX Più politica e militante, come vedremo, l’attività di Lamartine (che nella prima fase della rivoluzione del 1848 è, per un breve momento, addirittura arbitro dei destini dello Stato), difensore della proprietà ma per nulla sordo alle esigenze dei ceti operai (siamo in anni che vedono, in effetti, la pubblicazione e la rapida diffusione – con ovvie ricadute sul terreno politico-sociale: la bandiera rossa sventolata sulle barricate di Parigi – delle maggiori opere di Saint-Simon e di Fourier e di quella Organisation du travail, 1841, di Louis Blanc, che “segn[a] una svolta nel dibattito sulla democrazia” ), più teorico, invece, e squisitamente letterato il Tommaseo, quasi nel senso antico della parola, ancorché non privo, come gli è stato riconosciuto da Carpi , di una particolare sensibilità per la collocazione moderna dell’intellettuale in rapporto alla crescente “professionalizzazione” del mestiere letterario. Un Tommaseo che nel confrère transalpino apprezza tanto la statura di pensatore e di politico (figurandoselo in una posa di dantesco isolamento, tetragono a ogni tentazione di basso opportunismo, in quel suo “partito sociale” che pure aveva investito, una dozzina d’anni prima, di tutto il suo sarcasmo ) quanto ammira il poeta: poeta nel cui animo, suggerisce, “il cielo e le forme” d’Italia “compirono quella pienezza di serene immagini e di inesauste melodie che lo fanno unico fra’ poeti francesi di tutti i secoli” (che Thibaudet – che un po’ troppo si affida alle proprie inclinazioni di gusto nella valutazione critica – avesse presenti le parole di Tommaseo, quando sottolinea il “clima italiano della poesia lamartiniana” : forza, vivacità, desiderio di vita attiva, opulenza, armonia e mollezza?). E poeta che doveva piacergli anche per il legame ferreo che istituisce, dal punto di vista della forma, con i valori della tradizione avendo operato, così Luciana Alocco Bianco, “una scelta conservatrice” fondata sulla messa in opera – in quella raccolta, le Méditations, che nel 1820 gli conquista un’immediata ed estesa notorietà – di una “lingua ‘classica’” ; propensione nella quale Tommaseo doveva pienamente riconoscersi, visto che anche per lui il richiamo classicistico rappresenta un’istanza viva e operante, tale da influenzare perfino il suo modo di concepire la poesia, rendendolo assai sensibile al fascino dei valori formali. Tanto che, nell’ambito di “un tirocinio poetico quasi interamente concluso […] entro gli schemi della tradizione sette-ottocentesca” non è inconsueto che la sua “volontà di stile […] div[enga] maniera” , e che perfino il movimento verso “la lingua popolare” risenta di un’esigenza di “arricchimento, intensificazione e persino sofisticazione verbale” (fosse stato altrimenti, avrebbe mai D’Annunzio visto in lui un modello degno d’attenzione?). Per non parlare poi del culto che Tommaseo si era fatto del latino, l’altra lingua, scriveva, della penisola: infatuazione dove emerge, più forse che l’inguaribile vena passatista di umanista ritardato (e Tommaseo era innegabilmente anche questo, insieme a moltissime altre cose) l’esigenza etica e psicologica di un ancoraggio fermo nella tradizione, fonte – a correttivo di una modernità giudicata spietatamente corrosiva – di princìpi di valore assoluto: “l’Italia ha questo grande vantaggio, che l’antica sua lingua da tanta parte dell’umanità è destinata a significare le più grandi idee che nobilitino la natura umana; ella dovrebbe con più zelo adoperare a farsene degna […]”.


Ma il confronto fra i due scrittori, a volerlo mettere a fuoco in relazione alle pagine del discorso L’Italia e Pio IX e della nota del traduttore, registra altri e numerosi paralleli: anti-temporalisti entrambi, tanto che Tommaseo, senza disconoscere i meriti del Papa-re mandato dalla Provvidenza per la salvezza della patria, vorrà vedere in Pio IX, con un occhio al contemporaneo dibattito italiano, “un vivo comento del medio evo, lo illustra e giudica, lo commenda e condanna” (mentre è brillante, da parte del francese, la serrata disamina del potere temporale dei Papi, tale da convincerlo che un Pontefice, italiano o meno, non avrebbe potuto rappresentare mai un efficace vincolo d’unione per la confederazione italiana); partigiani, sia l’uno che l’altro, di soluzioni federalistiche per l’indipendenza d’Italia (con convinzione profonda e meditata in Tommaseo, che nel federalismo – il tema centrale del suo intervento – ravvisa una soluzione, alla lunga, addirittura esportabile; quasi faute de mieux Lamartine, che giudica per il momento impossibile la strada di quella “forte e franca unità” che, in termini generali, gli pare la forma migliore di unione nazionale); mentre una notevole differenza è rappresentata dal fatto che mentre Tommaseo è convinto che l’Italia avrebbe dovuto e potuto operare da sola il proprio riscatto (era stato, d’altra parte, lo squillante messaggio dell’Adelchi manzoniano), Lamartine, considerando la debolezza delle armi italiane, il frazionamento politico, le marcate diversità locali sostiene che la Penisola avrebbe avuto bisogno, per tradurre in atto il suo anelito di libertà, di un “médiateur armé”, la Francia appunto: e da qui l’indignazione del poeta per la latitanza del suo Paese nell’“affaire d’Italie”, latitanza di cui si fa censore, sottolineando la furbesca indolenza del governo di Parigi – attratto da altri miraggi e coinvolto in meschini maneggi dinastici – di fronte ai rigurgiti di libertà della nazione sorella. Un apparente disinteresse che in Tommaseo provoca invece malcelato sollievo, sullo sfondo della consapevolezza dei rischi che potrebbe comportare per la libertà di una nazione politicamente fiacca e militarmente debole, una nazione-bambina, l’“appoggio morale” di una grande potenza (e il pensiero va naturalmente a Napoleone Bonaparte: “il popolo guardava trasognato e taceva […] quando Napoleone, il superbo senza pietà, lo cacciava a falangi ad illagrimato macello, e lo gravava d’imposte, e vassallo lo rendeva alla Francia, e in unità non nazionale ma despotica lo componeva” ).

FULVIO SENARDI Non deve comunque stupirci il fatto che Lamartine parli dell’Italia (e all’Italia) con franca (e affettuosa) schiettezza e che dall’Italia gli venga prestato un ascolto attento e riconoscente: il poeta e uomo politico francese veniva infatti vissuto dagli intellettuali italiani, soprattutto nelle schiere del cattolicesimo liberale, come una sorta di fratello maggiore che indicava la strada della libertà, colui che, per il suo particolare rapporto con l’Italia, poteva proficuamente operare a suo vantaggio meglio di ogni altro straniero.

In realtà lo scrittore francese era incappato, a metà anni ’20, in un curioso incidente di percorso che gli aveva temporaneamente alienato le simpatie degli italiani, provocando anzi contro di lui una generale levata di scudi da parte dell’intelligenza della Penisola. In un passo del Dernier chant du pèlerinage d’Harold (L’ultimo canto del pellegrinaggio d’Aroldo), opera scritta in omaggio a Byron, caduto nel 1824 per la libertà della Grecia, ed ideale continuazione del suo Childe Harold’s Pilgrimage, Lamartine aveva espresso parole sprezzanti nei confronti dell’Italia, “terra del passato” dove “tutto dorme” mentre “l’universo si è levato in piedi”, “terra dove i figli non hanno più il sangue dei loro antenati” e in cui sarebbe impossibile trovare degli uomini veri perché vi si agitavano soltanto nuvoli di “polvere umana”. I versi procurarono a Lamartine, oltre che una diffusa riprovazione, una sfida a duello (e, in conseguenza, una superficiale ferita) da parte di Gabriele Pepe, carbonaro napoletano esule a Firenze dopo i moti del 1821 (sull’episodio e l’incattivita polemica che l’aveva contornata hanno scritto, fra gli altri, Gemma Cenzati e Luigi F. Benedetto , ed è a loro che si rimanda per ogni approfondimento). Nel 1827 Lamartine ebbe tuttavia modo di riscattarsi agli occhi degli italiani: prendendo occasione da una frana che aveva danneggiato la cascata dell’Aniene presso Tivoli, il poeta francese scrisse e rese nota una lirica, La perte de l’Anio (destinata a confluire nella raccolta Harmonies Poétiques et Religieuses ma subito pubblicata sull’“Antologia” di Firenze con un favorevole commento di Vieusseux) dove veniva esaltato il passato romano dell’Italia, le sue tradizioni di cultura classica, la gloria delle antiche imprese di guerra: “Quel que soit le destin que couve l’avenir,/ Terre! enveloppe-toi de ton grand souvenir!/ Que t’importe où s’en vole l’empire et la victoire?/ Il n’est point d’avenir égal à ta mémoire!” . Pace fatta dunque, e senza rancore? Non proprio, o solo in parte, visto che è possibile rilevare qualche strascico polemico perfino al crepuscolo dell’Ottocento (da dove se non da qui quel “popolo dei morti” che “surse cantando a chiedere la guerra” in Piemonte di Carducci?), e se Cattaneo scelse di aprire il V volume del “Politecnico” (1842) proprio con i versi che indicavano negli italiani un’inerte “poussière humaine”, addebitando “queste parole abominevoli” a un “poetastro” che “paga l’ospitalità del bel paese con [un] villano commiato” (ma dandogli implicitamente ragione a proposito del torpore delle masse visto che fa appello ai “pochi studiosi di scienza vera e viva” per “sospingere verso i loro esempi la gioventù, sicché il loro numero possa farsi ogni giorno maggiore” ). Ad ogni modo, se prescindiamo dagli aneddoti, passata molta acqua sotto i ponti, Lamartine ormai rappresentava, negli anni di Pio IX, un portabandiera internazionale del liberalismo cattolico, ed è al campione di questi valori che, dimenticando ogni malinteso, si volgono i patrioti italiani nella loro ansia di riscatto.

Fulvio Senardi

Clicca sull'articolo e potrai leggere in formato *.pdf  l'articolo di Fulvio Salimbeni pubblicato dal PICCOLO di Trieste il 15 settembre 2009.

da “BELFAGOR” LXIV - n. 6 – 30 novembre 2009

ALPHONSE DE LAMARTINE, L'Italia e Pio IX, traduzione e commento di Niccolò Tommaseo, a cura di Fulvio Senardi, Gorizia-Trieste, Istituto Giuliano di Storia, Cultura e Documentazione, 2009, pp.180. - Il 31 ottobre 1847 Lamartine interviene in parlamento sul problema italiano con un discorso, ripreso nel gennaio successivo, che è ben presto tradotto e pubblicato a Firenze dal “Gabinetto scientifico letterario” legato al nome del Viesseux. Artefice della traduzione (e di un “avvertimento”) è indicato sul frontespizio uno “slavo”, nel quale è da ravvisare senza possibilità di equivoci il Tommaseo (nativo, come è noto, di Sebenico), tanto più che, a detta del suo biografo, Raffaele Ciampini, se ne conservava tra le carte l'apografo. Si tratta di un raro pamphlet, sopravvissuto in poche copie all'alluvione del 1966: già un buon motivo per riproporlo, come fa Senardi, nell'elegante “Bibliotechina del Curioso”, diretta da Tino Sangiglio (recentemente scomparso in un incidente stradale), corredandolo di sobrie note esplicative, di un profilo biografico dei due autori, e soprattutto di un'ampia e puntuale introduzione. Il discorso di Lamartine e la versione, insieme con l'”avvertimento” (cioè il commento), di Tommaseo nascono nel clima di diffuso entusiasmo per la salita al soglio pontificio di Pio IX e per le pur caute riforme da lui subito avviate. Lamartine, che conosceva l'Italia per avervi soggiornato anche da diplomatico, e Tommaseo, che conosceva Lamartine per averlo più volte incontrato durante il suo esilio parigino, sposano in sostanza la causa neoguelfa e moderata, auspicando per l'Italia una confederazione di Stati monarchici presieduta dal papa: promossa e garantita dalla Francia per Lamartine, dalla “nazione” italiana per Tommaseo. É la proposta, plausibile in quellatemperie, di due rinomati scrittori cattolici, pur diversi per temperamento e sofferte inquietudini: una proposta che si oppone ad altre, come quelle, tra sé contrastanti, di Cesare Balbo e Carlo Cattaneo, in un dibattito sul federalismo che non è solo dei nostri giorni. (Antonio Resta)

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